Martedì 18 marzo alle 18 in Basilica S. Giuseppe messa per le vittime

Cinque anni fa ci piombava addosso l’emergenza Covid. Ci piombava letteralmente addosso, dal niente, come sembrano evocare le pagine del nostro mensile edite in quei mesi. 

Era il febbraio 2020 e il numero de l’Amico dato alle stampe alla metà di quel mese di Covid non parlava. Del tema non vi era traccia, non vi era un accenno. Anzi, si annunciava senza alcun elemento dubitativo la festa che gli oratori avrebbero portato in piazza il 23 febbraio per il Carnevale (che poi venne annullata).

Già l’edizione di marzo era però sprofondata in un problema di proporzioni ancora difficili da quantificare, un problema che in quattro settimane era esploso in tutta la sua drammaticità: “la Via Crucis del nostro tempo” era in nostro titolo di copertina, “non so francamente se e quando riuscirete, cari lettori, ad avere tra le mani questo numero” era la preoccupazione che il nostro direttore Luigi Losa manifestava nelle prime righe dell’editoriale.

In quattro settimane era cambiato semplicemente tutto. Si era passati dal considerare il Covid qualcosa di lontano, una roba che riguardava la Cina e i cinesi, fino alle incredule reazioni delle prime ore, quelle delle cantate sui balconi e degli ingenui striscioni “Andrà tutto bene”, che rapidamente ci siamo affrettati a riporre perchè immediata è stata la consapevolezza che non proprio tutto sarebbe andato esattamente bene! L’obiettivo che tutti, più o meno consapevolmente, si davano era: “attingere al vocabolario delle parole positive che conosciamo e che possiamo scambiarci per sfuggire alla paura, all’angoscia, alla rassegnazione pure comprensibili”.

Un senso di angoscia diffuso e comprensibile. Questo è il ricordo di giornate che hanno messo in discussione tutte le nostre certezze, anche quelle più ovvie. Perchè l’imperativo “state a casa” frantumava la nostra quotidianità fatta di lavoro (dove non si poteva più andare), di scuole (che venivano chiuse), di caffè presi al bar (a cui si è dovuto a lungo rinunciare), di celebrazioni e preghiere in chiesa.

Le chiese, che sono rimaste aperte. In tanti hanno colto l’occasione per un saluto sulla strada che portava dal panettiere. Ma anche chi non ha avuto modo di andare fisicamente in chiesa, ha tratto giovamento da quella presenza: “L’impegno che l’arcivescovo ha domandato – aveva scritto il prevosto don Bruno Molinari – è quello di continuare a tenere i rapporti con la comunità in questo momento tanto delicato. Certo, l’impossibilità di celebrare le messe è una pesante limitazione e questa mancanza fa crescere ogni giorno più il desiderio di poterci presto ritrovare attorno alla mensa eucaristica, ma ci fa capire anche la bontà e la bellezza del celebrare in comunione spirituale con tutto il popolo di Dio anche se non è presente”.

Oltre alla speranza, ci siamo attaccati alla tecnologia che ci ha dato la sensazione di poterci almeno in parte far superare la lontananza fisica (sensazione o illusione? In ogni caso, è stato qualcosa a cui abbiamo voluto aggrapparci, a cui abbiamo avuto il bisogno di credere ed affidarci). “E’ una fortuna quasi provvidenziale che abbiamo a disposizione tanti nuovi mezzi di comunicazione: grazie a questi mezzi possiamo seguire e continueremo a seguire i messaggi del nostro arcivescovo, dei vescovi lombardi, della Cei, ma anche del Presidente della Repubblica e di quello del Consiglio”, sottolineava Molinari.

“Stiamo cercando di sopperire alla mancanza di lezioni in classe con diverse modalità di didattica a distanza”, testimoniava un’insegnate della scuola primaria, parlando di una realtà che ci si stava praticamente inventando partendo da zero. Era un modo di provare a tutelare i ragazzi, che – si capiva – più di tutti avrebbero sofferto quella forzata diminuzione di libertà. 

La didattica a distanza, si percepiva ma forse non lo si poteva dire, era un palliativo per la disperazione: si sottolineava la dedizione e la buona volontà degli insegnanti ad adottare uno stile didattico inedito mentre volutamente non si mettevano in luce i limiti di una pratica che – non è un caso – con la fine dell’emergenza non è stata in alcun modo sviluppata. In quei primi mesi di limitazioni, dunque, si cercava di far buon viso a fronte di una situazione che sempre più rapidamente precipitava: già nel mese di aprile, nel suo editoriale, il direttore Luigi Losa parlava di “vicenda inimmaginabile ed incomprensibile”. 

L’epidemia aveva iniziato a manifestarsi con tanti ammalati e con i primi morti ufficiali: un bilancio definitivo non sarà mai del tutto tracciabile. In quel contesto “inimmaginabile” anche il momento della morte era particolarmente angosciante, con feretri accompagnati da un numero particolarmente ristretto di familiari e sepolti senza funerale. 

Un gesto che aveva molto colpito era stata la visita-pellegrinaggio che il prevosto monsignor Bruno Molinari e il sindaco Alberto Rossi avevano compiuto la Domenica delle Palme e la Domenica di Pasqua nei due cimiteri della città. Chi scrive era presente a quelle due visite, con il compito di documentare il momento, trasmettendolo in diretta video via internet. Ricordo il profondo silenzio, entro il quale si potevano sentire i nostri passi sulla ghiaia. Ricordo un’emozione struggente passando di fianco alle tombe di chi era morto in quelle settimane, sepolto senza funerali.

L’inizio della storia del Covid è datato febbraio 2020, giusto cinque anni fa. Ci dicevamo che saremmo diventati migliori. Difficile dire se ciò sia veramente accaduto. Certamente abbiamo una eredità che ricordiamo malvolentieri. 

Sin dal 2021 il Comune di Seregno promuove momenti di commemorazione. Lo farà anche quest’anno, partecipando alla messa di giovedì 18 marzo alle 18 in Basilica San Giuseppe. Anno dopo anno l’iniziativa è stata accolta con sempre maggiore calore. Quasi che il ricordo ci sia di peso più di quanto siamo disposti ad ammettere.

Sergio Lambrugo